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Gennaio 31, 2018L’assegno di divorzio è da sempre uno degli argomenti più discussi del diritto di famiglia. Fino a pochi anni fa, il suo riconoscimento si basava su un principio consolidato: quello della conservazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio. In altre parole, chi si trovava in condizioni economiche più deboli aveva diritto a mantenere, per quanto possibile, lo stesso stile di vita avuto in costanza di matrimonio.
Con due importanti sentenze, la n. 11504 del 2017 e la n. 14793 del 2017, la Corte di Cassazione ha rivoluzionato completamente questo criterio, introducendo un principio innovativo che ancora oggi orienta le decisioni dei giudici. Secondo la nuova interpretazione, l’assegno di divorzio non spetta al coniuge che sia economicamente indipendente, spostando così il fulcro della valutazione dal “tenore di vita” alla “autosufficienza economica”.
Assegno di Divorzio: Non Spetta al Coniuge Economicamente Indipendente
La svolta della Cassazione: addio al criterio del tenore di vita
Il principio espresso dalla Cassazione nel 2017 ha segnato una vera e propria svolta giuridica e culturale. Il giudice non deve più chiedersi se, dopo il divorzio, il coniuge più debole possa mantenere lo stesso livello di benessere economico di quando era sposato, ma se sia in grado di sostenersi autonomamente.
Questa visione risponde a un’idea più moderna del matrimonio e del divorzio: con la cessazione del vincolo coniugale, viene meno anche la comunione di vita e di interessi economici che ne derivava.
Il divorzio, quindi, non è più un prolungamento dell’unione matrimoniale, ma un punto di separazione netta, che lascia ciascun coniuge responsabile della propria autonomia economica.
Il nuovo principio dell’autosufficienza economica
Con la sentenza n. 11504/2017, la Corte di Cassazione ha affermato che l’assegno divorzile ha natura esclusivamente assistenziale, e spetta solo se il coniuge richiedente non è economicamente autosufficiente e non può procurarsi i mezzi necessari per vivere dignitosamente.
L’autosufficienza economica non si misura solo dal reddito, ma anche da altri elementi, come:
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la proprietà della casa di abitazione;
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la disponibilità di un patrimonio mobiliare o immobiliare;
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la stabilità lavorativa e la capacità di reddito;
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il titolo di studio e le potenzialità professionali;
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l’età e le condizioni di salute del coniuge richiedente.
Se l’ex coniuge ha un lavoro stabile, un reddito adeguato o una pensione che gli permette di condurre una vita dignitosa, l’assegno non può essere riconosciuto.
Le conseguenze pratiche: la corsa alle revisioni
Dopo le pronunce del 2017, molti ex coniugi — in gran parte uomini — hanno chiesto la revisione dell’assegno di divorzio per ottenere una riduzione o la revoca del contributo.
Questo nuovo orientamento ha infatti ridimensionato l’automatismo che per decenni aveva legato il diritto all’assegno alla sola disparità economica tra gli ex coniugi.
Oggi, chi chiede di non pagare o di pagare meno deve dimostrare che l’altro coniuge è diventato economicamente indipendente, mentre chi richiede l’assegno deve provare di non disporre di mezzi adeguati e di non poterli ottenere per ragioni oggettive.
La prova della necessità dell’assegno, dunque, è a carico del richiedente, non di chi deve versarlo. Si tratta di un’inversione importante: in passato, infatti, era il coniuge “obbligato” a dover dimostrare che l’altro non aveva bisogno del sostegno economico.
I casi più frequenti di rigetto dell’assegno
Negli ultimi anni, i giudici hanno applicato il principio della Cassazione negando l’assegno in numerosi casi.
È stato, ad esempio, respinto quando:
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l’ex moglie percepisce una pensione sufficiente a mantenerla;
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il coniuge richiedente è proprietario della casa in cui vive;
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il richiedente ha un impiego stabile o una posizione lavorativa di rilievo, come nel caso di una docente con reddito medio-alto;
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la differenza di reddito tra i due ex coniugi è modesta e non giustifica un intervento assistenziale.
La Corte ha quindi chiarito che non basta guadagnare meno dell’altro per ottenere l’assegno: bisogna dimostrare un effettivo stato di bisogno o un’impossibilità oggettiva di raggiungere l’indipendenza economica.
La solidarietà post-coniugale rimane, ma solo in casi specifici
Nonostante la linea più rigorosa, la Cassazione non ha eliminato del tutto la logica della solidarietà post-matrimoniale.
L’assegno resta possibile in presenza di condizioni oggettive di difficoltà, come nel caso di un ex coniuge che, durante il matrimonio, ha rinunciato a lavorare per dedicarsi alla famiglia e che ora, a causa dell’età o di una lunga inattività, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro.
Un esempio significativo è quello di una donna di cinquant’anni che, dopo aver abbandonato la carriera in accordo con il marito, non è più riuscita a trovare un impiego stabile. In casi come questo, la Corte riconosce che esiste una responsabilità solidaristica tra ex coniugi, e che l’assegno può servire come strumento di riequilibrio economico temporaneo, non come rendita perpetua.
Un nuovo equilibrio tra autonomia e solidarietà
La giurisprudenza più recente tende a mantenere un equilibrio tra due principi: da un lato, la necessità di garantire la dignità e il sostentamento di chi non è economicamente autosufficiente; dall’altro, la volontà di favorire la parità e l’autonomia di entrambi i coniugi dopo il divorzio.
In questa visione moderna, l’assegno divorzile non è più uno strumento per perpetuare il legame economico tra ex coniugi, ma una misura eccezionale e temporanea per sostenere chi non ha mezzi di sostentamento e non può procurarseli per ragioni indipendenti dalla propria volontà.
Assegno di Divorzio: Non Spetta al Coniuge Economicamente Indipendente
Le sentenze del 2017 hanno segnato una svolta epocale nel diritto di famiglia.
Il principio del “tenore di vita” ha lasciato spazio a quello dell’autosufficienza economica, rendendo l’assegno divorzile una misura legata più al bisogno reale che alla disparità di redditi.
Oggi, chi chiede un contributo deve dimostrare di non essere in grado di mantenersi autonomamente, mentre chi lo versa può chiedere una revisione se l’altro ha raggiunto la propria indipendenza economica.
Una riforma di pensiero che mira a promuovere equità, responsabilità e libertà economica reciproca, valori fondamentali in una società che guarda al divorzio non come a una condanna, ma come a una nuova fase di vita fondata sull’autonomia personale.




